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Da Reggio Città: Carlo Pisacane, repubblicano, nei ricordi di Pantaleo Ingusci
Storia

Salvatore Moschella in questo suo comunicato storico ci propone un pensiero su Carlo Pisacane di Pantaleo Ingusci, pubblicato su “Quaderni di Cultura Repubblicana”, editi nell’ottobre del 1999. Si ricorda Carlo Pisacane come il romantico, il patriota, lo sfortunato combattente e condottiero della spedizione di Sapri, nonché uno dei profeti dell’idea repubblicana.

Carlo Pisacane

Storia Risorgimentale - Pantaleo Ingusci, chi, se non egli, avvocato, storico, antifascista, tanto da essere stato arrestato per complotto contro il neonato regime, repubblicano storico, proveniente da una famiglia leccese di mazziniani, compagno di studi e di idee di Oronzo Reale, poteva lasciarci su Carlo Pisacane, avendo già redatto nel 1963 una sua biografia, come uno dei più grandi uomini del Risorgimento meridionale, il suo emozionante giudizio. Di Carlo Pisacane, scrive Ingusci: anche se taluni lo accostarono a Carlo Marx, il teorico tedesco del materialismo storico, si può affermare con certezza, che, egli, nulla ebbe a che vedere e fare con il filosofo e profeta dello spettro del comunismo, così come si espresse nel Manifesto del 48. Si ricorda Carlo Pisacane come il romantico, il patriota, lo sfortunato combattente e condottiero della spedizione di Sapri, nonché uno dei profeti dell’idea repubblicana che il partito può rivendicare con forza e ciò lo dimostra tutta la sua azione politica e militare portata avanti con passione fino alla fine della sua tragica esistenza.
LA NASCITA DI PISACANE E CARRIERA MILITARE
 Pisacane nacque a Napoli nel 1818, da famiglia patrizia, apparteneva quindi a quella aristocrazia che appoggiava il regime monarchico dei Borboni che, dopo il Congresso di Vienna, venne restaurato, succedendo a Carlo III, senza però eccessivi travolgimenti culturali, politici e sociali, rimanendo una monarchia assoluta di governo che obbediva al concetto del paternalismo tradizionale diffuso nell’Italia Meridionale, a differenza della Monarchia Piemontese, con Vittorio Emanuele I, che dava segni, per l’epoca, di modernità e maggiore libertà per i sudditi e nel mentre cercava di rafforzarsi militarmente. A differenza dei Borboni, che non avevano capacità militari, tanto meno cercarono di organizzarsi in tal senso, non eliminando, tra l’altro, il rischio murattiano sempre in agguato, contribuendo così facendo al proprio tracollo nel momento in cui le truppe garibaldine, di concerto con lo Stato piemontese, decisero nel 1860 con la spedizione dei Mille di invadere e occupare il Regno delle due Sicilie. Nella qualità di aristocratico, vissuto nel Regno di Ferdinando II° di Borbone, Pisacane scelse la carriera militare frequentando la scuola militare della “Nunziatella” uscendone con il diploma di laurea di Ingegnere ed ufficiale del genio al servizio della corte reale. Fu mandato, infatti, a Civitella del Tronto sull’Adriatico a difesa di quella fortezza di confine. Re Ferdinando II, dopo l’attentato di Agelisao Milano, (Fine 1856) non si sentì più sicuro e cercò, malgrado fosse ormai tardi, di rafforzare il suo esercito e di tutelare i confini del suo Regno che andava sfaldandosi e di ciò ne approfittarono i Savoia che gli diedero il colpo finale con l’attacco del 1886. Pisacane non restò molto a Civitella. Per motivi legati ad una vicenda amorosa, che gli procurò anche il carcere, decise di interrompere la carriera militare nell’esercito Napolitano, che aveva servito con successo, ritornando a Napoli, ormai inviso dal regno Borbonico.
PISACANE CONSIDERA I BORBONI NON PIU’ REGNANTI ILLUMINATI
L’aristocratico devoto, il militare fedele, incominciava a considerare i Borboni non più regnanti illuminati, tesi a rendere la vita dei loro sudditi accettabile e vivibile, bensì dei tiranni, sempre pronti a difendere i loro interessi e quelli dell’aristocrazia e dell’alta borghesia. Una nuova corrente di pensiero correva in Europa, particolarmente dopo la rivoluzione francese, “l’illuminismo” che si diffondeva rapidamente anche in Italia, che vedeva il suo territorio nazionale diviso in tanti Stati che molti pensatori non condividevano più essere accettabile, immaginando un’Italia unita, forte e con una ricchezza prodotta equamente distribuita.
PISACANE ADERISCE AL PENSIERO REPUBBLICANO DI MAZZINI
Quella corrente di pensiero si diffondeva non solo tra la nobiltà più illuminata ma anche tra la popolazione più umile, appartenente a tutti i ceti sociali. Siamo intorno al 1840 ed oltre e già operava da tempo in quel di Genova un grande umanista, apostolo e pensatore: Giuseppe Mazzini, che diffondeva le sue idee libertarie e patriottiche di un’Italia unita attraverso una sua associazione che aveva fondato a tale scopo, “ La giovane Italia “, seguita da ogni ordine sociale, a differenza della Carboneria, che, sebbene patriotica, era invece una società segreta elitaria, dalla quale le masse erano escluse e, come fu sempre dimostrato, fare la rivoluzione senza coinvolgere il popolo è stato sempre difficile. Per il potere, più organizzato, è facile avere il sopravvento. Certamente Carlo Pisacane non restò insensibile a questa nuova ideologia e decise di farne parte. Come non restò insensibile alla tragica spedizione dei fratelli Bandiera per spodestare i Borboni dal suo Regno. I fratelli veneziani Attilio ed Emilio erano convinti, come Cattaneo, che la rivoluzione per raggiungere il suo scopo doveva iniziare dal Mezzogiorno, dove principiarono i primi moti ed insurrezioni, e decisero di partire dall’isola di Corfù, dove si erano rifugiati dopo aver lasciato Venezia. Organizzarono una spedizione con l’intento di raggiungere Cosenza, che pensavano pronta per l’insurrezione. Essendo stati traditi, trovarono alla foce del Neto, dove sbarcarono, un drappello dell’esercito Borbonico che li fece prigionieri. Furono fucilati, unitamente ai tanti amici di sventura, nel Vallone di Rovito. Correva l’anno 1844, in quella stessa terra ove alcuni anni prima (1815) fu catturato e fucilato nel castello di Pizzo Calabro, Gioacchino Murat, generale francese, Re di Napoli, marito di Carolina Bonaparte, che quell’anno aveva tentato, pensando ad una insurrezione del popolo campano, di riprendersi il potere perduto dopo l’instaurazione dei Borboni nel Regno delle due Sicilie.
PISACANE RIVOLUZIONARIO SI ARRUOLA NELLA LEGIONE STRANIERA

 Quei tragici avvenimenti sospinsero Pisacane alla ribellione ed approfittando della guerra che la Francia combatteva in Algeria da oltre vent’anni decise di arruolarsi nella Legione Straniera. Quella guerra aveva appassionato il mondo per la resistenza eroica del condottiero algerino Abd-El-Kader, divenuto leggendario. La guerra durò fino all’anno 1847 con la vittoria dei francesi e Carlo Pisacane approfittò di quella esperienza in terra d’Africa, per metterla, più tardi, a disposizione per l’azione rivoluzionaria che era già nelle menti dei tanti patrioti italiani sparsi per tutta la penisola. Non si risparmiò nell’azione militare e fu pronto a partecipare attivamente ogni moto insurrezionale che il quel periodo occorse in Italia, i cui grandi organizzatori furono Garibaldi, Cattaneo e Mazzini che nel frattempo aveva avuto modo di conoscere ed apprezzare per i loro insegnamenti. È stato nel breve periodo della Repubblica Romana uno dei triumviri. I maestri in quel periodo furono tanti e in ognuno di loro cercava di assimilarne il pensiero al fine di costruire solidamente la sua idea sulla Rivoluzione nazionale che avrebbe portato sicuramente a fare ’’Italia una, libera ed unita. A detta finalità, pur non avendo avuto un grande ruolo politico-militare nel processo finale dell’unificazione, lo ebbe però nella costruzione del nuovo Stato con la presa di Roma del 1870. Lo ebbe pure la Massoneria, quella vera, quella ideale, costituita da gentiluomini, che traeva origine e forza ideale dall’antica muratoria, che aveva come scopo la pacifica convivenza ed il confronto delle idee e non la sopraffazione o il potere come si legge oggi, in forza delle innumerevoli logge in cui si è divisa, se non addirittura deviata. Secondo il pensiero di Pisacane, come riportato da Ingusci “Nord e Sud si completano e si integrano pur nella loro grande differenza e la nazione italiana è fatta dalla combinazione degli elementi settentrionali e meridionali”. Tutto ciò si riflette negli indirizzi della rivoluzione risorgimentale italiana la cui conclusione dimostrò la verità dell’assunto di Carlo Pisacane.
PISACANE PREPARA LA RIVOLUZIONE AL SUD E MORTE A SAPRI
 

La morte di Carlo Pisacane a Sapri

Nel periodo compreso fra il 1849 e 1857, che consideriamo fatale, egli si preparò intensamente per scendere in campo armato, per promuovere la rivoluzione nel Sud, considerata una necessità per il successo della rivoluzione italiana che ardentemente desiderava, malgrado il parere contrario del Cattaneo e dello stesso Mazzini che consideravo i tempi non ancora maturi militarmente e culturalmente, in un periodo, tra l’altro, in cui il movimento popolare sanfedista era attivo e presente. Il sogno di Pisacane non si spegneva, malgrado le difficoltà di cui egli stesso fosse convinto esistessero. La rivoluzione per liberare l’Italia dal pesante onere borbonico doveva partire dal meridione ed egli doveva essere il promotore ed il liberatore. La sua avventura, come noto, si concluse tragicamente con la morte in quel di Sapri, assieme a tanti compagni patrioti. (30 Giugno 1857) Il sacrificio di Carlo Pisacane, come egli stesso aveva creduto, non fu inutile, come tanti hanno riconosciuto, avendo avuto grande ripercussione in tutta l’Europa incominciò a dare i suoi frutti, facendo maturare in tanti uomini l’idea di patria, di libertà e di redenzione sociale ed umana. Fu un precursore, ebbe a dire Garibaldi, e fu grazie a lui che nel 1860, con la spedizione dei Mille, il meridione si liberò del gioco borbonico. Riportando questa breve storia ci resta il rammarico, che, nonostante, siano trascorsi parecchi anni da quegli eventi, il nostro popolo meridione non abbia cambiato di molto la sua esistenza, rispetto a quello del Nord. Non auspichiamo una risposta rivoluzionaria, non più fattibile, a dir poco, una vibrata protesta contro quei governanti che ancora non si convincono che per costruire una vera Unità d’Italia bisogna far crescere l’Italia meridionale alla maniera di quella settentrionale.
Salvatore Moschella

Inviato Lunedì 19 giugno 2017 @ 01:15:24 CEST da Oreste

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